Adrian Chivu – Caiet de desen

Album da disegno, Curtea Veche Publishing, Bucarest 2008

Titolo originale: Caiet de desen

ISBN 978-973-669-523-0

Vincitore del premio letterario “Insula europea” 2009

Adrian Chivu, Caiet de desenCaiet de desen mette a nudo le debolezze e i tabù della società romena post-comunista attraverso l’esempio di una famiglia fortemente traumatizzata dal peso della propria inadeguatezza nei confronti di un mondo esterno che la dittatura ha privato di comprensione e reso amorale.

Il primo romanzo di Adrian Chivu si presenta come il diario di un adolescente affetto da ritardo mentale che osserva la propria famiglia andare alla deriva e decide di annotare tutto ciò che vede, sente e prova nell’arco di tempo di tre mesi (dal 1.03 al 30.05 di un anno qualunque): si tratta di disegni e dipinti – prevalentemente raffiguranti grandi uccelli neri e alberi –, pensieri, speranze e paure.

La TRAMA:

Schiacciati dal peso di una realtà familiare poco felice, un padre e una madre decidono di separarsi. Il loro unico figlio si dispera, cerca di capire il perché di questa decisione estrema, se effettivamente è colpa sua come insinua con crudeltà la nonna materna che vive con loro, e se c’è un modo per farli tornare insieme.

La malattia del ragazzo non è esplicitata, e poco conta ai fini della narrazione, ma risulta chiaro che essa gli impedisce di esprimersi come vorrebbe e di comunicare e condividere con le persone care il suo mondo interiore. Il lettore, in questo senso, gode di una condizione privilegiata, perché ha la fortuna di poter seguire i pensieri del protagonista, “osservarne” i disegni, senza dover fare i conti con filtri sociali né psicologici. È così che veniamo a sapere che la madre, in preda alla depressione causata dalla separazione, si rifugia in un rapporto “edipico” con il figlio e che l’incesto porterà anche a una gravidanza indesiderata; che un’amica della mamma si approfitta del giovane con la scusa che ormai è un vero uomo; che le violenze della nonna non sono solo verbali, bensì anche fisiche, per non dire sessuali; che il padre ha avuto una relazione con la sua insegnante e che è per questo che ha dovuto lasciare il centro, la scuola speciale che frequentava.

Per via della sua moralità assopita, il protagonista ha difficoltà a distinguere tra il bene e il male, non si rende conto di cosa succede e non sa fare una cernita tra i pensieri positivi e quelli negativi; vuole solo che i genitori tornino a vivere sotto lo stesso tetto e, nel momento in cui la nonna ripete per l’ennesima volta che la coppia avrebbe tutte le carte in regola per riprovare a stare insieme se non fosse per il figlio ritardato, il ragazzo decide di eliminare la sua scomoda influenza uccidendola, facendola a pezzi e nascondendone il corpo nello scantinato del palazzo in cui vivono: il luogo segreto in cui, di tanto in tanto, si rifugia. Per molte pagine non è chiaro se l’omicidio sia davvero avvenuto o se il ragazzo non faccia altro che descrivere uno dei suoi cupi dipinti in cui è solito scaricare la propria frustrazione.

Nonostante il protagonista continui a vedere (il fantasma del)la nonna, la famiglia non può non accorgersi del fatto che la vecchia non c’è più. Dopo l’indagine inconcludente della polizia, disperata per la scomparsa della madre, provata dall’aborto subito e tormentata dai sensi di colpa e dal dubbio che il colpevole possa essere il suo adorato figlio/amante, la madre si lascia morire, affidando il ragazzo alle cure del padre.

Lo STILE:

La prosa di Chivu riserva più di una sorpresa: se da una parte essa potrebbe essere definita minimalista, dall’altra nasconde un forza così prorompente da riuscire a fondere la linearità della narrazione in prima persona con il fascino della poesia.

Diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare dal diario di una persona (apparentemente?) priva di coscienza, raziocinio e lucidità, da un “idiota con la bava alla bocca”, la narrazione si articola su due livelli di registro linguistico nettamente distinti: il discorso interiore e le raffinate riflessioni sulla condizione umana contrastano decisamente con il registro colloquiale delle descrizioni delle scene di vita quotidiana. In un testo in cui tutto sembra seguire un codice binario (alternanza tra assenza e presenza – fisica e non – dei personaggi, coscienza e incoscienza, certezza e possibilità, presente e passato), lungi dal sembrare poco verosimile, tale contrasto è quasi dovuto, è l’altra faccia della medaglia che si merita di essere messa in luce tanto quanto la prima, quella più immediatamente percepibile, quella dell’impossibilità del protagonista di essere più di quel che sembra.

Composito è anche l’asse temporale, che si scinde e si ricompone durante la narrazione: il ragazzo passa dalla descrizione di avvenimenti presenti a ricordi che coinvolgono la sua famiglia o il centro che frequentava senza preavviso. Al lettore il compito di ricomporre l’ordine dei fatti e di risistemare il magma di pensieri del protagonista.

I TEMI:

L’uccello nero che tormenta e allo stesso tempo protegge il mondo del personaggio principale, l’albero, il cielo, la luce, i biscotti e le macchinine – elementi che si presentano ciclicamente all’interno della narrazione – costituiscono gli unici appigli alla realtà di un essere che conduce un’esistenza fondamentalmente elementare. Il fulcro del romanzo, tuttavia (e questo senza voler sminuire il loro forte significato simbolico), risiede ben al di là di questi oggetti e dei concetti a essi relazionati. Nella mancanza di discernimento e di senso morale, per esempio? Potrebbe essere. Nell’universalità di questo romanzo? Anche. Tuttavia, il vero significato nascosto dietro le parole non dette e le azioni del protagonista senza nome non può non tenere in conto il fatto che la tragicità di un essere che abbandona lo status di “vittima” per quello di “criminale” senza mai perdere la propria innocenza innesca un meccanismo inarrestabile che porta gli altri personaggi a una rinuncia consapevole alla propria umanità, a scendere ancora più in basso di quanto il povero ragazzo reo di aver ucciso la persona che lo odiava non abbia fatto guidato da nient’altro se non un istinto animalesco di sopravvivenza.

Al di là degli avvenimenti narrati, proprio in virtù della già citata universalità di questo romanzo, affiorano dalla lettura soprattutto temi come la condizione umana e i suoi limiti, l’incapacità di espressione dell’interiorità, l’eterna tensione tra pensiero e azione, tutti osservabili alla luce del vuoto morale che la società ceauşista, una società carente di valori e costantemente alla ricerca della perfezione fisica e intellettuale, ha lasciato in eredità ai suoi componenti.

LA CRITICA:

Il presente volume è stato recensito dalle riviste letterarie più conosciute in Romania:

Caiet de desen è uno dei pochi romanzi recenti che trasgredisce il piano storico-sociale, in quanto viene pervaso da un brivido metafisico: le frasi-tipo del ragazzo prendono spesso una piega filosofica […]. Il contrasto tra la lentezza del ritardato e la profondità filosofica crea un effetto inedito.

A. Diniţoiu, Observatorul cultural, 22 maggio 2008

Il romanzo di Adrian Chivu è un esordio sconcertante, d’eccezione.

P. Cernat, Observatorul cultural, 22 maggio 2008

Il libro si legge con facilità, la “miopia” della prospettiva diventa avvincente, perché al di là del primo livello, quello del personaggio-narratore, con la sua innocenza e purità estrema da thriller di buona qualità, echeggia la tragedia: il ragazzo ritardato uccide la nonna, la taglia a pezzi e la nasconde nello scantinato del palazzo.

T. Radu, Revista 22, 10 luglio 2008

Caiet de desen è stato recentemente proclamato vincitore del premio letterario “Insula europea” (I edizione, Perugia, 2009) dedicato agli scrittori europei under 35 ed è stato anche nominato al prestigioso premio “Prometheus” (VII edizione, Bucarest, 2008) nella categoria “Opera prima”.


Saggio di lettura in italiano (traduzione dal romeno di Ileana M. Pop)