VII Giornate della Traduzione Letteraria – Urbino 2009

by Ileana on ottobre 5, 2009

Dal 25 al 27 settembre sono stata a Urbino per l’immancabile appuntamento con le GIORNATE DELLA TRADUZIONE LETTERARIA (giunte alla VII edizione), organizzate dal Centro Europeo per l’Editoria con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani.

È stato un vero e proprio tour de force ma il gioco vale sempre la candela.

L’ospite d’onore avrebbe dovuto essere lo scrittore Daniel Pennac che, per motivi di famiglia alquanto gravi, ha dovuto rinunciare a chiacchierare con noi traduttori – in primis con Yasmina Melaouah – e a ritirare di persona il Premio per la Traduzione “Centro Europeo per l’Editoria – Ecstra” che la giuria composta dal rettore dell’Università di Urbino, da Ernesto Ferrero e da Ilide Carmignani gli ha assegnato per l’impegno a favore della traduzione.

Ecco qualche stralcio del suo discorso, letto da Yasmina Melaouah, la sua traduttrice in italiano.

Cari amici traduttori, luci della mia pentecoste laica, lasciate che vi ringrazi e vi dica il mio stupore. Che vi ringrazi per l’onore che mi fate assegnandomi questo premio e vi dica il mio stupore che abbiate scelto proprio me per questo onore. Dite che mi siete grati per il mio atteggiamento generale nei confronti dei traduttori. Quale gratitudine? Che cosa sarebbe l’uomo che sono, senza voi traduttori? Un uomo che non parla né legge alcuna lingua all’infuori della propria, nemmeno l’inglese, (credo peraltro di essere l’ultimo europeo in questa triste condizione), nemmeno l’italiano nonostante i trent’anni di amicizia che ci legano. Quest’uomo ha un bisogno vitale dei traduttori.
Voi siete la mia vita. Le mie vite!
Grazie a voi i miei libri rinascono e attraversano le frontiere. Dico rinascono, poiché la traduzione di un testo letterario equivale a una nuova nascita. E il ruolo che svolgono i traduttori in questa nascita può essere considerato alla stregua di una creazione. La nozione di traduzione è inseparabile da quella di creazione. La pura e semplice trasposizione linguistica non è un atto di traduzione, bensì un atto di duplicazione che produce un ostrogoto incomprensibile. (È sufficiente leggere le istruzioni per l’uso della mia lavatrice di origine tedesca, dal design italiano, con l’elettronica giapponese, e fabbricata in Corea, per essere indotti linguisticamente al suicidio).
Affinché un romanzo viva in un’altra lingua è necessario che qualcuno gli dia nuovamente vita in questa nuova lingua. E questo qualcuno siete voi. In cosa consiste la nuova vita di un romanzo ben tradotto? In un testo che si incarna in una lingua che non è la sua lingua originale – nel vostro caso, l’italiano – tanto da far esclamare al lettore: Sembra scritto in italiano! (Cosa che non si può dire delle istruzioni della vostra lavatrice.)
Ma che cosa ha provocato l’illusione del lettore? La misteriosa formula dell’ottima traduzione. Nella fattispecie, la capacità di trasporre in un’altra lingua il lessico classico o popolare dell’autore straniero, il ritmo della sua scrittura, la sua musicalità, i suoi sottintesi, le sue allusioni, le svariate intenzioni dell’autore, in sostanza ciò che non è scritto e che potremmo chiamare lo spirito del testo, capacità che fa del buon traduttore una sorta di psicanalista dell’autore. Ma chi dice spirito del testo dice anche spirito della lingua nella quale il testo è scritto. Il che fa anche di voi etnologi attenti e linguisti puntigliosi. Questa capacità di restituire lo spirito di una lingua straniera nella vostra lingua può nascere solo da una fusione con il testo e con la lingua di partenza, unita a una perfetta padronanza della lingua d’arrivo, la vostra. Tale duplice competenza presuppone un’ubiquità linguistica e letteraria o, per essere più precisi, un intuito analogico. Questo intuito analogico impone al traduttore di calarsi in una dimensione di ossessività la quale, fra parentesi, è la stessa del romanziere al lavoro. Nell’esercizio di questa ossessione Yasmina Melaouah, la mia traduttrice italiana, Eveline Passet, la mia traduttrice tedesca, Vlatka Valentic la mia traduttrice croata, Akira Mitsubayashi il mio traduttore giapponese, Sarah Adams, la mia traduttrice inglese, o Manuel Serrat Crespo, il mio traduttore spagnolo – per citarne solo alcuni – mi raggiungono spesso nel cuore dei miei testi. Ma l’ossessione, cari amici, lo sapete quanto me, richiede tempo. Richiede durata. E questo tempo, occorre remunerarlo.
Alcuni anni fa, a un convegno in cui mi è stato chiesto cosa pensassi del fatto che il traduttore è lo psicanalista dell’autore (giacché l’idea non è mia, e a quel convegno su di essa erano tutti unanimemente d’accordo), ho detto sì, sì, ho applaudito e ho suggerito quindi di allineare la retribuzione dei traduttori a quella degli psicanalisti. Ahimé, fine dell’unanimità. Nessuno era d’accordo con me, salvo i traduttori presenti, molto divertiti dall’idea. Giacché, professionalmente, voi siete schiavi dell’ossessione senza la remunerazione che la sua durata esige. E tuttavia traducete. Molto bene, nel caso di parecchi di voi.
Quando mi capita di leggere un romanzo straniero mal tradotto, prima di incolpare il traduttore mi chiedo sempre quanto tempo gli è stato concesso per entrare in intimità con il testo e nella profondità delle due lingue in gioco. E quando mi capita di leggere un’ottima traduzione la mia prima reazione è la gratitudine assoluta per il traduttore che ha trovato il tempo per la propria ossessione, che si è consacrato all’utopia letteraria, nonostante una logica di mercato che si interessa alle lettere solo quando diventano cifre – grosse cifre, e che non distingue tra la letteratura e le istruzioni per l’uso delle nostre lavatrici. Di tutto questo, dunque, della vostra ubiquità, della vostra ossessività, del vostro impegno a far sì che ogni singolo romanzo si inscriva nella letteratura universale, vi ringrazio. E in particolare oggi ringrazio Yasmina Melaouah, che tanto spesso mi ha fatto rinascere in italiano.
(traduzione di Yasmina Melaouah)

Al posto del dialogo previsto tra lo scrittore francese e la sua traduttrice è stato proiettato il documentario Tradurre di Pier Paolo Giarolo. Illuminante.

A mio avviso il punto forte delle Giornate sono i seminari. Purtroppo non si ha mai la possibilità di seguirli tutti e questo è il motivo per cui uno si fa letteralmente in quattro per assistere a quanti più possibile. Ecco dove mi sono intrufolata io quest’anno:

Eleonora Di Fortunato e Mario Paolinelli, Tradurre per il doppiaggio. La trasposizione linguistica: teoria e pratica di un’arte imperfetta (a cura dell’AIDAC)

Umberto D’Angelo (Ministero per i Beni e le Attività Culturali), Le lingue non veicolari nell’editoria italiana: forme di sostegno, traduzione e revisione

Simona Cives (Biblioteche di Roma), Dalla ricerca bibliografica alle “residenze”: reti e punti di contatto per il mestiere del traduttore

Fabio Cremonesi (Gran Vía), Dopo il traduttore, prima del correttore di bozze: la revisione di una traduzione letteraria (I e II parte)

Fabio Muzi Falconi (Feltrinelli), Tradurre il mondo, istruzioni per l’uso

Claudia Tarolo (Marcos y Marcos), Complicità: l’editor come specchio amico fra scrittore, traduttore e testo

Oliviero Ponte di Pino (Garzanti), I mestieri del libro

Inutile dire che avrei voluto assistere ad almeno altri 4 o 5 seminari… ma il tempo è quel che è a Urbino e bisogna, pur se a malincuore, fare una scelta.

Ricordo brevemente anche le Tavole rotonde:

De te fabula narratur: traduttore (ovvero di quando la letteratura parla di traduzione)
Antonio Lavieri (Università di Palermo), Franco Nasi (Università di Modena e Reggio Emilia), Laura Bocci (Università dell’Aquila)
Coordinata da: Ilide Carmignani

e

Dire quasi la stessa cosa: i sinonimi in traduzione
Giovanni Bogliolo (Università di Urbino), Antonella Cancellier (Università di Padova), Erasmo Leso (Università di Verona)
Coordinata da: Stefano Arduini

Che dire? Un’esperienza davvero unica! Alla prossima!

PS: Fermi, fermi! Oltre al dovere c’è anche il piacere, no? A questo hanno contribuito appieno gli amici e colleghi di Biblit, che ringrazio per la compagnia, i consigli e le risate… e che spero di rivedere prestissimo!