Un libro che lascia il segno… e pure il segnalibro!

by Ileana on maggio 10, 2009

Era da tanto, non ricordo più quanto, che non leggevo un libro senza armarmi di segnalibro.

Il segnalibro: uno dei miei migliori amici. I segnalibri, anzi: innumerevoli, preziosi, amici. Sì, perché nonostante io non possa certo annoverarmi tra i tanti superstiziosi che popolano il pianeta, ho certe manie, certe fisse, che dir si voglia ? e non solo per quanto riguarda la lettura, ma meglio non aprire incisi chilometrici in questa sede ? alle quali sono molto affezionata e dalle quali spero di non rinsavire mai. Ci sono rituali da seguire, tappe da raggiungere, porte da chiudere prima di aprirne delle altre…

Adoro divagare.

I segnalibri, dicevo. Ogni libro ha il suo segnalibro. I miei segnalibri sono monogami. E non conoscono l’adulterio. E obbediscono solo alla legge del “finché morte non ci separi”. Non sia mai che il biglietto della lotteria nazionale spagnola del dicembre 2007 (Numero 07110, per la cronaca) abbandoni le preziose pagine del Manuale di redazione a cura di Edigeo (Editrice Bibliografica, Milano, 2005); ovviamente, se è ancora lì, vuol dire che non sono milionaria. E non sia mai che quel foglietto che scrissi a Padova un’oretta prima dei miei ultimi esami di Letteratura romena divorzi da Nostalgia di Mircea C?rt?rescu (a cura di Bruno Mazzoni, Voland, Roma, 2003) o che il segnalibro rosso di Cálamo y Cran (centro linguistico madrileno in cui feci un corso di traduzione professionale anni fa e per il quale lavoro come collaboratrice esterna) scenda a comprare le sigarette e lasci il povero Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli (Laterza, Bari, 2007) abbandonato a se stesso. Si sarà capito ormai: non sono una collezionista di segnalibri (anche se forse potrei pensare seriamente di diventarlo!) ? mi accontento di un pezzo di carta da cucina, un biglietto dell’autobus o un angolino di giornale strappato –, ma prima di prendere un libro tra le mani ho bisogno di scegliergli un segnalibro-consorte. Solo allora mi metto il cuore in pace, afferro la prima matita che mi capita a mano (sì, perché non sono capace di leggere senza una matita in mano: pronta, lì, per sottolineare, scrivere, grattarmi la schiena,  farmi da surrogato della sigaretta da quando ho smesso di fumare e quant’altro; fissa numero due svelata.) e mi abbandono alla lettura.

Ebbene, tutto questo per dire che ieri, per la prima volta in vita mia (va bene, sono la solita esagerata! Non sarà stata la prima volta in assoluto, ma lo è stata da quando sono una lettrice felicemente affetta da segnalibrite acuta) ho fatto fuori un libro così velocemente da privarlo sia del fidanzamento (scelta imposta del coniuge), sia del matrimonio (ho una collezione di matrimoni – leggasi libri lasciati a metà o non ancora terminati– invidiabile sul comodino), sia del rito funebre (sistemazione del segnalibro in un posto dal quale, con tutta probabilità, non verrà mai più rimosso).

il-mestiere-di-riflettereIl colpevole di avermi fatto infrangere i miei mille cerimoniali è stato lui: Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni (Federica Aceto, Susanna Basso, Rossella Bernascone, Emanuela Bonacorsi, Rosaria Contestabile, Federica D’Alessio, Riccardo Duranti, Luca Fusari, Daniele A. Gewurz, Giuseppe Iacobaci, Eva Kampmann, Chiara Marmugi, Anna Mioni, Daniele Petruccioli, Laura Prandino, Anna Rusconi, Lisa Scarpa, Denise Silvestri, Andrea Sirotti, Paola Vallerga, Isabella Zani, a cura di Chiara Manfrinato, Roma, Azimut, 2008), piccolo gioiello che rincorrevo da mesi. Dall’autunno scorso, per l’esattezza, quando, felice di avercela finalmente fatta a mettere piede a Urbino per assistere alle mitiche Giornate della traduzione letteraria, mi lasciai contagiare dalla presentazione della curatrice e di tre delle autrici (Emanuela Bonacorsi, Chiara Marmugi e Anna Mioni).
Bene, posso finalmente dire di averlo letto. Di averlo divorato, anzi. Di averlo quasi studiato. E non ha affatto deluso le mie aspettative! Inoltre, sono sicura che anche lui avrà, prima o poi, la possibilità di contrarre matrimonio: certo, non ci arriverà illibato, ma vedrò di trovargli un segnalibro-consorte molto liberale. Questo sicuro, perché ho intenzione di rileggerlo quanto prima.

Un solo elemento, un antipaticissimo strumento scordato, turba la beatitudine di questo momento di armonia con l’universo: la consapevolezza, dall’alto dell’unico libro – uno – al mio attivo (oh, fermi fermi, diamo a Cesare quel che è di Cesare: in realtà ne ho tradotto altri tre, ma sono ancora in lavorazione), di avere (per il momento – Facciamo le corna, va’! Alla faccia del fatto che non sono superstiziosa!) troppo poco da offrire a iniziative come questa.
Eppure…

Comunque sia, brava Chiara! Bravi tutti! Chapeau.